mercoledì 20 giugno 2012

Monastero Reale di Brou. Margherita d'Austria

Sono anni che incrocio questa madama. E' passato molto tempo, infatti, quando venni per la prima volta a Brou. Ed è passato molto tempo prima che mi convincessi che dovevo impicciarmi un po' di più di chi fosse quella che veniva presentata come costruttrice della gotica chiesa di Brou e delle sue tombe rinascimentali, in un romanzo di amore e morte ove quel monastero - mausoleo assumeva le veci di un Taj Mahal, dove però questa volta a sopravvivere inconsolabile era la vedova.

Ricordo, dalle precedenti visite, un luogo molto più "piccolo". Si visitavano le sole tombe, a tutto il complesso dei tre chiostri non si accedeva, e mancava il formidabile tetto a punta lucente di smaglianti, colorate piastrelle, frutto di un restauro conclusosi nel 1999 che è tornato a rendere gotico, aguzzo e variopinto ciò che il tempo e la voglia di risparmiare avevano ottuso e scurito, quando vecchiaia e marciumi avevano convinto i monaci, che allora vi abitavano ancora, che bisognava pur fare qualche rattoppo, ma rassegnandosi alla perdita delle tegole originarie e accorciando le malridotte travature, ottenendo così una scura copertura mansardata.

Ho quindi affrontato l'ostacolo delle complesse genealogie, maledette nel ripetersi dei dinastici nomi sempre uguali che confondono le idee, che hanno attraversato la nascente Europa mentre usciva dal medioevo e si andavano creando, tra rigurgiti tribali, matrimoni e guerre, le nazioni cui nel frattempo ci siamo abituati. E ho scoperto che Margherita non solo era bionda, vedova, principessa, cattolica, e che con quelle nazioni non aveva niente a che fare, perché quelle si stavano appunto formando mentre lei era ancora erede di una cultura aristocratica assai più trasversale e imperialistica, ma soprattutto che era proprio una zia, una vera a propria zia.

Zia di Carlo V, prima di ogni altra cosa (ha pure Francesco I come nipote, pensate un po'; ma di quello non si cura). Il nipotino, del quale a Brou resta un ritratto in cui è assai virgulto, giovane, esile, roseo, svagato, dotato di un ampio cappello a frittella poggiato sulla zazzera squadrata, di un mento molto puntuto e una semiaperta bocca tumida dal labbro inferiore sporgente (anche lei del resto non era priva di una certa bazza asburgica), resta infatti presto orfano del padre Filippo il Bello, fratello maggiore di Margerita, che ha avuto dalla moglie Giovanna la Pazza, che nel frattempo viene relegata in prigionia e tolta di mezzo, ben sei figli di cui lui, Carlo, è il maggiore. Massimiliano d'Asburgo, il padre di Margherita e Filippo, nonno di Carlo, affida lui e i fratelli alla figlia, che si occuperà dell'incarico più che coscenziosamente.

Ecco Carlo, di Bernard van Orley, nel quadro conservato nel museo di Brou. L'immagine, da flikr




Margherita nasce a Bruxelles nel 1480. I genitori sono Massimiliano d’Asburgo imperatore, appunto, e Maria di Borgogna, l’unica figlia dell’ultimo granduca, Carlo il Temerario.

La pupa Margherita resta presto priva della mamma, che muore a venticinque anni per una caduta da cavallo, e a soli tre anni sposa Carlo Delfino di Francia, poi Carlo VIII, che però quando lei ne ha 11 la ripudia per sposare Anna di Bretagna, diventata più conveniente alle sue mire di conquista di regni e territori. C'è un ritratto di Margherita a tre anni, da "fidanzata", in cui è vestita di tutto punto, con un capello a pan di zucchero di panno nero su cui è appuntato un gran gioiello e la faccetta dura da chi sta già stringendo i denti.



L'immagine, da qui.



Qui è ancora bambina e ancora "regina di Francia"; ha infatti dieci anni. Di nuovo pare non divertirsi per niente. Il dipinto è di Jean Hey’s, detto anche Maestro di Moulins; il quadro è al Metropolitan Museum of Art, New York.

Dopo poco dovrà riprendere a cavarsela in un percorso disseminato di attentati alla superbia aristocratica, alla vita, ai possessi faticosamente accumulati dalla sua famiglia.

Nel 1497, ancora giovanissima, sposa Juan di Castiglia, che muore pochi mesi dopo. Resta un paio di anni con la suocera, Isabella (quella della biancheria, o se si vuole di Cristoforo Colombo); quindi nel 1501 sposa Filiberto di Savoia, detto pure lui il Bello (sospetto che a quell'epoca ogni giovane aristocratico alto e forte, in buona salute, fosse festeggiato con quell'aggettivo) che ha un grande ducato che va a nord da Burg en Bresse a Ginevra, a sud da Nizza a Torino e una certa voglia di divertirsi in cui coinvolge la moglie. Tre anni dopo anche lui muore, dopo una gran sudata fatta andando a caccia e una bevuta di acqua gelida da una fonte falsamente ristoratrice. Lei ha 25 anni.

Venticinque anni prima la suocera, chiamata anche lei Margherita, aveva fatto un voto: il marito aveva avuto un incidente di caccia; se fosse guarito, lei avrebbe fatto edificare una chiesa a Brou. Il marito era guarito. Era passato del tempo, la suocera era morta e non se ne era fatto nulla. Margherita interpreta la morte di Filiberto come un segno del cielo in risposta al mancato voto. Si accinge all'impresa di far costruire il convento.

Intanto, divenuta tutrice di Carlo e dei fratelli, lascia la Savoia e va a fare la reggente dei Paesi Bassi, a Malins. Lo sarà per 25 anni. Muore nel 1530, due anni prima della morte di Carlo V e della fine dei lavori di Brou, alla cui costruzione partecipa intensamente, valutando progetti e scegliendo artefici, ma che non vedrà mai.



Questo è il ritratto di una rosea Margherita in abiti da vedova - li porterà fino alla morte - di Bernard van Orley, conservato nel museo di Brou, Bourg-en-Bresse. Eccola infine distesa e sorridente. Il ritratto è del 1518, mentre quello di Carlo è del 1516. In pratica, coevi. Possiamo immaginarci le facce dei giovani zia e nipote a confronto, mentre lei gli dà gli immancabili buoni consigli.
L'immagine, da linternaute.com



Questo ritratto, assai vicino al precedente, ma meno roseo, è di pure di Bernard van Orley; dal Musée Royaux des Beaux Arts di Brüssel; l'immagine da wikipedia.

Quest'altra immagine, da un libro miniato dedicato alla genealogia di Carlo V. Riporta, oltre che le pertinenti margherite, il suo celebre motto: Fortune Infortune Fort Une. La fortuna importuna assai una donna. Ma anche: la sorte, sia buona che cattiva, rende forte una donna.

L'immagine da larusse.fr

orsi in viaggio 25


martedì 19 giugno 2012

Cina. La lirica cinese e cosa ne pensava Montale.


Court Lady with Flowers, Zhou Fang, Tang Dynasty, silk
Da chineseteaceremony.eu



Uno stralcio dalla prefazione di Eugenio Montale a Liriche cinesi (1753 a.C. – 1278 d. C.), Einaudi, Torino 1955:

“[…] il vasto, secolare paesaggio che ci si apre dinanzi agli sguardi ci lascia ancora una volta privi di riferimenti e, pur nell’ammirazione, disorientati.
 Questa poesia non è un microcosmo che riveli e illumini perfettamente l’entità macrocosmica che le ha permesso di formarsi — la formicolante, travagliata, civile, ed estenuatissima vita, e vita millenaria, di un popolo sterminato, diversissimo dai nostri; è invece un insieme di gocce d’acqua che dovrebbero rivelarci un oceano e se ne stanno chiuse nelle loro fiale delicate a sottili; è un lampo di madreperla che illumina una tragedia troppo più che individuale per suggerirci parole di quaggiù.
 Attraverso secoli di guerre, di flagelli, di carestie e di orrori, questi pochi poeti, questi in realtà numerosissimi poeti che si contano per dinastie (e sono imperatori a ministri, generali che corrispondono in versi, mogli ripudiate e funzionari in esilio) si sono trasmessi il fior di giada dell’arte loro, l’hanno elaborata a perfezionata, adorna di sensi e supersensi, di parallelismi concettuali e di acuzie tecniche, hanno compiuto insomma prima di noi tutto il ciclo evolutivo e involutivo ai quali ci han reso familiari, in pochi secoli, le maggiori letterature dei nostri paesi. E argomento unico della sterminata efflorescenza sembra essere, a guardar bene, la poesia stessa come stromento e materia di conservazione e di scambio, e l’amor di poesia come entità sopraindividuale, tradizione a bouteille a la mer trasmessa da iniziato a iniziato. Una poesia dunque, ma in particolarissimo senso, civile, sociale, direi quasi umanitaria. Non vi mancano le nostre, del resto relative, partizioni di genere; ma per lo più la lirica a la satira sembrano affiancarsi liberamente in questa vastissima satura, l’epopea vi è quasi sconosciuta, se non l’epos, e la poesia primitiva, essenzialmente popolare, quella del Libro delle Odi (1753 - 600 a. C.) è bastata a Confucio per sdipanarvi le fila dei suoi precetti morali a delle sue interpretazioni allegoriche. Più tardi, poi, con Chu Yuan e i poeti della dinastia dei Han, pur sempre tra squilli di guerra e clangori di battaglia, il mestiere poetico si raffina e cominciano a prevalere le composizioni a forma strofica che la dinastia del T’ang porterà a grande perfezione. Ma fin da allora è presente quel tono di corrispondenza, di confessione, di epistola che resta, per noi ignari dei testi, il tono fondamentale della poesia cinese. Nulla d’implicito in questa lirica di poeti che furono a un certo punto anche pittori a calligrafi; nessun abisso che divida la poesia colta da quella popolare o rimasta senza attribuzione. Le grandi personalità non vi mancano di certo, e i nomi di Chu Yuan, Pao Chao, Li Po, Tu Fu, Po Chu-i non sono noti soltanto agli specialisti; ma tutto appare come sommerso a livellato da un clima, da un gusto che hanno permesso a un solo periodo, quello del T’ang — fiorito da sei a quattro secoli prima di Dante di lasciarci importanti saggi di oltre duemila poeti. Di mano sconosciuta - per esempio il Poema di Magnolia, Ia fanciulla guerriera che solo dopo molti anni di battaglie, di lotte e di vittorie, dimessa l’armatura, stringe i capelli in un nodo, si tinge la fronte di giallo ed esce incontro ai suoi commilitoni che gridano stupiti: “Per dodici anni abbiamo vissuto insieme — senza saper che Magnolia fosse fanciulla! “ fino alla conclusione:


Il coniglio maschio s’acquatta grattando a terra,
La coniglia si guarda attorno con occhi vaghi;
Ma quando entrambi corrono a fior di terra
Chi sa distinguer tra la coniglia e il coniglio?


E anonimi i “19 vecchi poemetti” della dinastia Han che gareggiano in popolarità con le più illustri composizioni dei maggiori.
Se non vogliamo perderci in una selva, o meglio in un labirintico giardino, limitiamoci a rilevare che questa è in complesso una poesia d’amicizia a di deprecazione. Amicizie virili

(Oh! potessi contrarre la superficie del Mondo
Per ritrovarti a un tratto in piedi al mio fianco)

rare le poesie d’amore e innumerevoli le mormorazioni sul malgoverno e sullo sterminio delle guerre; ma non proprio satire nel senso nostro, anche se accenti oraziani e pariniani ci si affaccino curiosamente alla memoria come possibili termini dl confronto; lamenti, piuttosto, di chi non crede possibile di rifar la gente e di riformare il proprio destino. Lamenti di funzionari trasferiti in sedi lontane; di hobereaux che tentano invano di rientrar nelle grazie dei loro implacabili a pur umanissimi Imperatori, anche essi poeti per disgrazia! e perciò poco adatti a infierire sui melodiosi cigni del loro tempo. Non di rado la rassegnazione e l’ironia sono così fuse che sarebbe inutile cercarvi il punto di trapasso (Il letterato chiamato alle armi di Pao Chao:

Or tardi
Mi accodo alla necessità dei tempi;
Dall’alto di una barricata soggiogo remote tribù.
Lascio la sciarpa, indosso una veste di rinoceronte;
La gonna arrotolata, un arco nero a tracolla.
Prima di cominciare mi sento mancare le forze;
Che sarà mai di me, innanzi che tutto finisca?);

e così nel Po Chu-i di Levata all’alba, che alzatosi di buon’ora per rendere omaggio all’Imperatore ruzzola dal cavallo, s’empie di ghiaccioli la barba e l’incipiente calvizie, e manda un memore pensiero all’amico eremita Chen Chu-shih che si sveglia a giorno avanzato ed è libero e padrone di se stesso...”

Un post su Le Trecento poesie Tang.

orsi in viaggio 24


venerdì 15 giugno 2012

Libro de cocina e Suor Juna Inéz de la Cruz.



Suor Juana Inés de la Cruz (1651–1695).
Artista sconosciuto.

Questa è la poetessa che regala castagne. Una poetessa molto importante per la storia della letteratura messicana.

Qualcuno, collocandolo molto al margine della sua produzione, che era di tutt’altro tipo, le attribuisce anche un libro di cucina. Libro manoscritto nel XVIII secolo nel Convento de San Jerònimo a Ciudad de Mexico, ma che forse riprende ricette di un secolo prima, quando in quel convento visse suor Juana. Ricette, ad esempio, come queste.

Stufato di pollo.
Fa’ un trito di pollo, fallo bollire e insaporiscilo con tutte le spezie. Quindi, disporrai di una casseruola imburrata uno strato di fette di pane tostate, su cui verserai un po’ di vino, e un altro strato di panna spolverata di cannella, chiodi di garofano e pepe. Procederai in questo modo fin quando la casseruola non sarà piena, badando che l’ultimo strato sia di fette di pane. Allora verserai il brodo rimasto, aggiungendo sopra il tutto uno strato di tuorli d’uovo sbattuti.

Dolce di burro e zucchero.
Preparato lo sciroppo con 2 libbre di zucchero, gli si aggiungono 3 bei panetti di burro. Si prendono 4 scudi di pan di Spagna, tagliato a fette, e si alternano sul vassoio uno strato di pan di Spagna e un altro di composto a base di sciroppo, fino a riempirlo. Poi si sbattono i tuorli d’uovo e acqua di fiori d’arancio, si versa il tutto sopra una pentola piena d’acqua calda, finché i tuorli non si saranno rassodati. Si lascia raffreddare e si mettono sopra uva passa, pinoli, mandorle e confettini colorati.

Dolce alla panna.
In parti uguali, panna e uova i cui tuorli siano stati sbattuti con l’aggiunta di zucchero a piacere, sale e cannella pestata. Si imburra una casseruola e vi si versa il composto sbattuto, per poi metterlo sul fuoco finché non si sia asciugato.

Dolce alle noci.
Per un piatto di media grandezza, mezza libra di noci, due scudi di mandorle, uova, ma solo i tuorli. Una volta che sia stato portato a mezza cottura uno sciroppo di due libbre di zucchero, vi si aggiunge tutto il resto ben pestato, mentre le uova vanno aggiunte sbattute quando si sta raggiungendo la prima cottura. Si versa sopra strati di pan di Spagna e si guarnisce con uva passa, mandorle e pinoli.

Il traduttore Angelo Morino ci dice che in realtà le ricette non parlano di pan di Spagna, ma di mamon, un dolce messicano che per altro afferma essere molto simile al pan di Spagna.

Il libro di cucina di Juana Inés de la Cruz. Angelo Morino, Sellerio, Palermo 1999.

Il ritratto di Suor Juana viene da qui.

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Juana dona castagne spinose alla Viceregina

il poemetto introduttivo del Libro de Cocina

una sicura poetessa e un'improbabile cuoca

orsi in viaggio 20



Papavero

Un Orso Batbear
Se sono un SuperOrso
Le mie ragioni!