giovedì 14 giugno 2012

Juana Inéz de la Cruz dona castagne spinose


Una poetessa messicana del XVII secolo dona castagne a un'amica amata.

Lysi, alle tue belle mani
dono castagne spinose,
perchè dove abbondan rose
non posson mancare spine.
Se tendi alla loro asprezza
e con questo il gusto inganni,
perdona la rustichezza
di chi te le regalò;
perdona, ché questo riccio
solo può donar castagne.


Juana Inés de la Cruz (1648-1695)
Versi d'amore e di circostanza. Einaudi, Torino 1995.
Le poesie furono scritte per María Luisa Manrique de Lara y Gonzaga, contessa di Paredes, marchesa di Laguna e viceregina del Messico dal 1680 al 1688.

da qui.

L'immagine è tratta da:
I mai visti. Sorprese di frutta e fiori. Capolavori dai depositi degli Uffizi. Giunti, Firenze 2002

Per una poetessa barocca e la sua viceregina, un dipinto di una pittrice olandese del medesimo secolo.

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altri post su Juana:

Juana dona castagne spinose alla Viceregina

il poemetto introduttivo del Libro de Cocina

una sicura poetessa e un'improbabile cuoca

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Rachel Ruysch
(Amsterdam 1665-1750)
Frutta e insetti, particolare.

orsi in viaggio 19



mercoledì 13 giugno 2012

Juana Inéz de la Cruz. Il poemetto introduttivo del Libro de cocina



Obbedendo, sorella, al mio amor proprio,
ho voluto dar forma alla scrittura
di un Libro di Cucina e, che sciagura,
solo ho mostrato quanto male copio.
Non è servito a porvi zelo proprio
a renderlo un esempio di bravura,
perché, mancando a me genio e cultura,
un sol rigo non c’è che non sia improprio.
Così, sorella, è stato, ma qual passo
potrà mai far chi, troppo imprevidente,
fu travolta da zelo sì smargiasso?
Che può far? Supplicarvi che, indulgente,
perdonando un omaggio tanto crasso,
accogliate il suo pegno irriverente.


Un antico Libro de Cocina, ovvero una raccolta di ricette del XVIII secolo, attribuito con molte incertezze alla poetessa messicana suor Juana Inès de la Cruz, viene preceduto e introdotto da un poemetto a sua volta attribuitole, questo.

E’ un poemetto pieno di retorica umiltà, che rovescia a piene mani improperi sulla scrivente: lei non fa che copiare, e per di più lo fa male; manca di cultura e di genio, ogni rigo che scrive è improprio, nello scrivere è spinta dall’amor proprio e travolta da smargiasso zelo, e alla fine non ha prodotto che un crasso, irriverente omaggio, che con questo poemetto consegna a un’anonima “sorella” del convento di San Geronimo. Certamente la retorica dell’umiltà è nota e praticata anche da Juana – ricordiamo il poemetto in cui dona castagne a un’amica, dove si paragona a un riccio, animaletto spinoso - ma qui è quasi grottesca nella sua accentuazione.

Confrontiamo questa umiltà con il fatto che Juana Inès fu nella sua epoca definita “fenice del Messico”, “decima musa”, “unica poetessa americana”. Fu autrice dei primi testi di letteratura coloniale spagnola che arrivarono in Spagna e vi si imposero.

La sua storia fu alquanto particolare e drammatica: bimba e fanciulla prodigio, letterata e studiosa nonostante un’epoca che non prevedeva per niente donne con questa identità, rifugiatasi in convento per studiare in pace, finì la sua vita tra pentimenti di aver tanto osato e aggressioni di vescovi. Può darsi fosse per questa fine drammatica, accompagnata dalla dispersione della sua biblioteca e dalla pubblica rinuncia agli studi, ma dopo morta venne rapidamente dimenticata. Un secolo dopo, quando il Libro de Cocina venne scritto, forse copiando un testo di un secolo prima, chissà se si ricordavano di lei solo nel suo convento. Certo che nel poemetto tutto quel fustigare l’arroganza di chi lo scriveva sembra alquanto irriverente verso Juana, la superba scrittrice che i vescovi avevano dovuto piegare. E che qui si presenta come una copiatrice di ricette scritte alla bell’e meglio, di cui ho dato un piccolo saggio in un altro post.

Per sottolineare il contrasto tra l’umile libercolo di ricette e la fama della poetessa, la presento raffigurata in un ritratto molto celebrativo, che per quanto ne so è meno conosciuto dei suoi soliti nei quali appare nel proprio studio tra i libri, e dove appare abbigliata di sete e trapunta di perle come una Madonna barocca, con accluso bambinello in mano. Tutto questo fasto ricamato mi ricorda uno dei più bei luoghi di Madrid, il convento delle Descalzas Real, che rigurgita ancora oggi di questo mondo conventuale femminile e barocco, dove tra dolci, giocattoli e santi (anche belli e bellissimi nel loro essere raffigurati in legno dipinto dai magnifici scultori spagnoli) il confine è lieve e incerto.

Il poemetto è stato trodotto da Angelo Morino.
Angelo Morino, Il libro di cucina di Juana Inés de la Cruz, Sellerio, Palermo 2000.


Il dipinto viene da qui.

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Juana dona castagne spinose alla Viceregina


una sicura poetessa e un'improbabile cuoca

orsi in viaggio 18


martedì 12 giugno 2012

Juana Inés de la Cruz. Una sicura poetessa e un'improbabile cuoca



Molti di noi – io per esempio – di lei non ne sanno un accidenti, poiché spingere lo sguardo entro foschie lontane come le letterature latino americane, peggio ancora se femminili e barocche, è cosa veramente avventurosa e stravagante. Tuttavia, san web ci dimostra, se cerchiamo notizie di tal Juana Inés de la Cruz, che la rete pullula di celebrazioni e rimembranze di questa donna, famosa – si scopre – per ricchi e molteplici talenti e pateticità romantica e drammatica di vita, tutte cose che non guastano quando si vuole passare ai posteri.

A me per altro Juana era già arrivata per un’altra via, un libretto dono dell’amico GianniM che ancora ringrazio.

Angelo Morino, Il libro di cucina di Juana Inés de la Cruz, Sellerio, Palermo 2000.

Si tratta di un libretto Sellerio – e chi sennò – che presenta una strana mescolanza tra due anime.

Da un lato c’è la trascrizione del XVII secolo di un libro di cucina che forse è del secolo precedente. E’ un libro di un convento messicano, anzi più che un libro un insieme di appunti, che riporta ricette buttate giù alla buona, dove si intuiscono macchie di burro e patacche di rosso d’uovo. Le ricette grondano di dolci speziati e profumati, di mandorle e cannella, di confetti colorati, e portano con sé, nonostante lo stile scarno e approssimativo delle note scritte in fretta, puro pro memoria anche un po’ sgrammaticato, l’irresistibile aura fascinosa della cucina di convento femminile, dove tanti dolci si tramandarono, covarono e nacquero e tante tradizioni si ritesserono attraversando spregiudicatamente religioni e culture diverse.

Dall’altro c’è un piccolo saggio su Juana, che in quello stesso convento fu monaca, scritto con lo stile della noterella affettuosa dal traduttore Angelo Morino, professore di letteratura latino americana.

Nel saggio Morino si trova con due oggetti, le ricette da un lato, la vita di Juana e le sue opere dall’altro, che si incrociano alquanto pretestuosamente, e si adopera a metterli insieme.



Qui non si capirebbe più una parola, però, se non si fa breve premessa su Juana. Bambina illegittima e insieme bambina prodigio, che prestissimo a da autodidatta (l’unico modo allora concepibile per una femmina) si appropria di una quantità di saperi a vasto raggio, fino a diventare una novella Caterina d’Alessandria. Nota nella sua epoca, non solo in Messico, per scienza, brillantezza di ingegno e virtuosismo appassionato nel versificare, viene introdotta da intima e pupilla di viceregine nella corte dei vicerè. Come Caterina, tuttavia, è a rischio elevatissimo di diventare santa mediante taglio della testa per via delle diffidenze e rabbie e invidie che tale eccezionale femminile percorso suscitò. Dopo un periodo privilegiato in cui scambiava doni con le viceregine, e con una in particolare con cui si amò così ardentemente da mettere in imbarazzo tutti (forse più oggi che allora, però), tornate le sue protettrici in Spagna, venne presa nelle grinfie di vescovi che non la mollarono fino a che, dopo strenua, brillante a tutt’oggi ammiratissima letteraria difesa, lei non capitolò su tutta la linea, firmando la lettera del suo pentimento con il suo stesso sangue e disperdendo la ricca biblioteca – una delle più cospicue del suo paese – per venderla a favore dei poveri. L’accusa era di scrivere di cose profane, cosa nella quale la nostra per altro tanto si distinse da essere considerata il maggior poeta barocco del Messico e uno dei massimi di tutte le epoche per quel paese.



Ancora non ho detto, però, tutto ciò che serve. Torniamo alle vicende della sua vita. Juana non volendo sposarsi e nella speranza di trovare un rifugio tranquillo, a sedici anni andò in convento a farsi suora e lì visse fino alla morte, per ventisette anni. Un convento confortevole e pieno di chiacchiere, come ce n’erano allora. Ogni monaca aveva una casetta con tutti i servizi e volendo portava con sé, come Juana fece, una schiava. C’era inoltre un vasto personale di servizio in comune che moltiplicava le presenze e faceva di quei conventi cittadelle femminili piene di visite, di conversazioni e di ricevimenti a base di dolci. Lei un po’ si scocciava perché a quanto pare voleva starsene sempre a scrivere e studiare, tuttavia ci stette bene, credo, finché ci furono le sue viceregine con cui farsi le visite scambiare doni. Le viceregine non so cosa le mandassero, ma lei mandava rose appena colte e qualche volta anche torte, per esempio di noci. Tutto, ovviamente, accompagnato da scintillanti poesie.

Una volta Juana scrisse che le donne non possono fare che filosofie di cucina, ma disse anche che se Aristotele avesse cucinato, avrebbe scritto di più.

Questa battuta era rivolta a un uomo nemico. Si tratta del cattivissimo vescovo che, andate via le viceregine amiche sue, si era buttato su di lei con quell’accusa di trasgressione che in seguito avrà grande efficacia, portandola alla dichiarazione di pentimento e al silenzio. Qui però Juana ancora si difende. E sfida il vescovo a pensare spregiudicatamente (massimo peccato per un vescovo). Mettendo insieme Aristotele il sommo e la bassa pratica di cucina affidata alle donne, proponeva al vescovo – quanto è barocco tutto ciò – che la congiunzione trasgressiva e sorprendente avrebbe giovato a rendere più frizzante il pensiero dell’eccelso filosofo, più produttivo il suo calamo. C’era anche l’allusione non tanto velata che un contributo di umile donnità (lei) proposta provocatoriamente come odorosa di fritti, intrisa di cucina, alla superba mascolinità (Aristotele, ma anche il vescovo) avrebbe certo giovato a quest’ultima.



Vediamo se dopo tutto questo premettere posso tornare al libretto di Sellerio dove Morino tenta di tenere insieme ricette e poetessa.

Che materiale si trova davanti Morino? Una certa tradizione dice che il libro di ricette fu scritto da Juana, c’è pure un poemetto attribuito a lei per introdurlo e la sua firma a concluderlo. Ma l’epoca del manoscritto non è quella di Juana, è stato scritto cento anni dopo. Le ricette sono veramente pochissima cosa se considerate nella loro scrittura, e lo stesso poemetto zoppica, come mai gli autografi della nostra. Soprattutto Juana era non solo raffinatissima scrittrice, ma, lo deduciamo da ciò che lo stesso Morino ci dice, massimamente snob. Ce la vedete a scribacchiare trasandate notarelle di farina e di uova senza nemmeno pensare alla grammatica?

Marino aveva due strade, a quanto posso capire.

Una era quella di fare un’analisi del perché nasce una tradizione che rifila le ricettuzze a Juana. Un’ulteriore mortificazione dell’altezzoso spirito? Una manovra degli eredi dell’invidioso vescovo? Avrebbe avuto un bel romanzo da fare, e forse una ricerca negli archivi. Però, si chiude questa via dicendo che dopo cento anni dalla morte, quando viene scritto il libro di ricette, Juana era dimenticata; chi poteva avercela con lei?

L’altra era quella di sostenere la possibilità di attribuire il libro di ricette alla coltissima suora. Questa è la strada che Marino sceglie. Ci dice che forse, giocando con le consorelle, rilassandosi in qualche pomeriggio di ozio, Juana potrebbe aver copiato le ricette, così, per scherzo. Aggiunge che è vero che sono mal scritte, ma che alla fin fine la nostra era autodidatta; qualche erroraccio, qualche sgrammaticatura le poteva pur scappare. Non credo che questo commento sarebbe piaciuto a Juana.

Ci sono altri due post su Juana:

Suor Juana Inés de la Cruz. Il poemetto introduttivo al Libro de Cocina.

Juana Inés de la Cruz dona castagne spinose.



La prima immagine di Juana viene da abm-enterprises.net.

La seconda da members.tripod.com.

Un paio di biografie:

wikipedia

i grandi eccentrici

orsi in viaggio 17


sabato 9 giugno 2012

Hester Stanophe, la regina di Palmira.



Non poche le lady che si perdono in oriente.

Vi dico alla spicciolata ciò che ho appreso di una di loro, pallida spilungona dalla fervida fantasia, che abbandonati i salotti londinesi e divelta ogni nota radice, se ne va, stella cometa controcorrente, verso est; approdata in quel di Siria, finirà con il dissolversi, polvere che torna alla polvere, sulle montagne del Libano.

Coloro che ne narrano la storia oscillano tra il descrivere le avventure scriteriate di una lady parecchio dissennata, per altro in linea con una certa rispettata e nota tradizione inglese di eccentricità, e la celebrazione di una donna indipendente e coraggiosa che rompe con i limiti che il sesso e l'epoca le imponevano.

Lady Hester Stanhope nasce nel 1776, l'anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America, da una aristocratica famiglia, già ravvivata dalla bizzarria di un padre che fa il giacobino in contemporanea con la rivoluzione francese e scalpella via le armi dal suo stemma, per esserne la figlia più stravagante.

Molto presto orfana di madre, con un padre freddo e risposato con una fashion victim, se la squaglia appena può, a ventiquattro anni, e va ad abitare per qualche anno nella casa più prestigiosa di Londra con lo zio primo ministro, l'illustre William Pitt il giovane, uno dei grandi uomini della storia di Inghilterra, facendo una brillante vita di società - volatile parentesi nella sua storia - e iniziando a farsi conoscere come eccentrica lingua lunga. La nipote, anni dopo, quando si tratterà di commentare una zia diventata famosa, la descriverà, con un diluvio di aggettivi uno più pericoloso dell'altro, come autoritaria, impetuosa, testarda, indomita, vanitosa, e soprattutto sicura di essere nata per comandare.

Nel 1818, dopo la morte di Pitt, inizia un viaggio dal quale non tornerà più: in poco più di due anni percorre Gibilterra, Malta, le isole ioniche, il Peloponneso, Atene, Costantinopoli, Rodi, Egitto, Siria, Palestina, Libano, con puntate su tappe all'epoca davvero assai remote come Palmira o Baalbeck.

In Grecia, scontro di prime donne: incontra un giovane Byron, che la trova noiosa. A Costantinopoli passa qualche mese, inaugurando, con l'assistere trasgressivamente al proibitissimo corteo del sutano che andava in moschea, quell'apparente ignoramento delle convenzioni locali che si rivelerà formidabile intuito mediatico soprattutto presso beduini e drusi, le popolazioni che rappresentavono un potere eccentrico in quei territori. Quindi decide di voler vedere con i suoi occhi ciò che ha visto Napoleone, l'acerrimo nemico dello zio, e si avvia verso l'Egitto. Qui si verifica un episodio di iniziazione alla rottura e al cambiamento radicali: nei pressi di Rodi una furiosa tempesta la costringe e rifugiarsi dalla nave in pericolo su un nudo, ventoso isolotto senza riparo né cibo. Viene salvata, e approda a Rodi con il guardaroba perso e il vestito distrutto. Cambia gli abiti con quelli di un gentlemen turco e non se li leva più.

Orlando ante litteram, da donna, uomo; da occidentale, orientale; ermafrodito rinato dalle ceneri di un abito regency che diventa brache alla turca e turbante.

Al Cairo si fa ricevere dal pasha indossando un paio di larghi e drappeggiati pantaloni di velluto porpora molto fittamente ricamati d'oro, un morbido turbante di cachemire avvolto sui capelli, un corpetto di broccato di Damasco, una pelliccia magnifica, e una fusciacca che le stringe alla cintola pistole e coltelli. Molto alta, un naso notevole, luminosa nel suo pallore spettrale, capelli neri, penetranti occhi grigioazzurri, di lei si ammette che non è proprio bella, ma si dice che è senz'altro affascinante. Fa certamente la sua figura. Più tardi completerà questo ritratto mettendosi a fumare il chibouk, una lunghissima pipa turca le cui faville, disseminate in giro nel corso dei fluviali e incessanti monologhi con cui irretiva e stordiva i suoi visitatori, riempiranno di buchi i copriletti e tappeti nella casa dalle molte stanze che si farà costruire su una deserta montagna del Libano.

Intorno a lei appaiono figure note dell'avventura in oriente dell'inizio del secolo XIX: Johann Burckhardt, l'esploratore svizzero che nel 1812 avventurosamente riscopre per il mondo occidentale la perduta città di Petra, la incontra a Nazareth. Inizia un tour delle città del prossimo oriente, preceduta dalla sua fama. Quando sta per arrivare a Damasco viene avvertita che in quella città, la più tradizionalista, non è opportuno che una donna arrivi vestita da uomo e senza velo. Lei decide di prendere il toro per le corna, come sempre per altro, e fa il suo ingresso a mezzogiorno senza modificare né abbigliamento né modi. L'accoglienza di questa visione imprevedibile è imprevedibilmente trionfale ed entusiasta. La gente si rovescia per strada, il bazar si ferma, la festeggiano come un fenomeno.

E' lì che decide di avventurarsi fino a Palmira, meta che all'epoca era stata raggiunta solo da pochissimi spericolati esploratori occidentali, rifiutando ogni altra scorta che non sia quella dei rischiosi beduini. Se vogliamo sapere come si vestiva in viaggio, eccolo: un abito scarlatto ricamato d'oro e, quando cavalcava, un burnus bianco. Con lei c'è anche un'infelice dama di compagnia costretta a mettere i pantaloni, ma rifiutatasi di cavalcare anche lei come un uomo: scarafaggi, topi, naufragi, fame, tutto ciò passi, ma quello no. C'è anche un medico personale, che diventerà poi, dopo ben trenta anni passati con lei, il suo biografo.

I beduini, ammirati da ogni cosa, abbigliamento, portamento spavaldo, capacità di andare spericolatamente a cavallo, pazzia, la adottano e la scortano, in una settimana di viaggio nel deserto, fino a Plamira, dove viene acclamata loro regina – si sono intanto radunate molte tribù - mentre attraversa in trionfo la via colonnata. Sulle mensole delle colonne giovani beduine sventolanti palme hanno preso il posto delle perdute statue di bronzo. Hester ha 37 anni, 40 cammelli, 20 cavalieri, 2 dragomanni, 1 mamelucco, 2 cuochi, 1 medico di scorta, e centinaia di beduini che la acclamano.

Questo è il momento di gloria di Hester, che si vive come una novella Zenobia, la regina di Palmira che diede filo da torcere ai romani. Dopo una "tournée" in Siria, accolta come un gran personaggio tra l'umano e il soprannaturale, inizia a delinearsi la successiva fase, mistica, stralunata, dissipatrice della nostra lady.

Nel 1813 si sistema in una casa vasta, labirintica e solitaria dalle parti dei monti in Libano, alta su valli brulle e panoramica quanto mai, un ex monastero circondato di olivi, e lì passerà gli ultimi ventuno anni. I primi sono ancora regali, tra l'allestimento di un ritiro fiabesco e orientalista pieno di servitori e non privo di un giardino fiorito e magnifico come solo un inglese sa fare pur che gli diano quattro sassi da coltivare, il ricevimento di ospiti occidentali che fanno della sua casa una meta deputata per respirare un'aria Arabian Nights (tra loro, Lamartine, che come ci ricorda Edward Said, la chiamerà la Circe del deserto), e molti intrighi con i maggiorenti del luogo che la vedono conquistare un posto di potere tribale grazie anche a grandi elargizioni di danaro. Gli ultimi anni precipiteranno sempre più verso debiti e stravaganza.

Di questi ultimi venti anni fanno parte la dedizione all'astrologia e alle divinazioni che prevedono un suo ingresso in Gerusalemme come novella regina dei luoghi, il soprannome La Sibilla del Libano e un'avventura che la fa addebitare come primo archeologo in Terra Santa. Càpita infatti tra le sue mani un manoscritto medioevale, scritto in italiano, che parla del luogo dove si trova un ricco tesoro, sepolto dai cristiani lungo le coste del Libano. Il manoscritto pare sia stato copiato di nascosto da un monaco in una polverosa biblioteca di un convento sperso in qualche parte della Siria, la cui collocazione sembra non sia mai stata rivelata da lady Hester. Lei contratta un permesso di scavo con il governo ottomano, e poiché il tesoro sarebbe stato del governo, indebitato quanto basta, arriva subito un alto ufficiale ben conosciuto nei luoghi e che finora era stato visto giungere in Libano solo per confiscare beni o arrestare qualcuno, e già la lady viene immaginata in catene, ma quello porta la licenza per lo scavo. Si fanno così degli scassi sul sito della antichissima Ascalon, abbandonato da più di seicento anni, nella cui diruta moschea dovrebbe stare il tesoro. Non si trova oro, ma invece risorge dal vecchio suolo un colosso di pietra acefalo, forse un re divinizzato di quei perduti passati. La lady non ci pensa su due volte e con il piglio decisionista che la distingue ordina, sotto gli occhi esterrefatti e sconvolti del fidato medico che poi narrerà l’evento, che la statua venga frantumata per essere poi sprofondata in mare.

Questo fatto le fa meritare l’abominio dei successivi archeologi, poiché anche in un’epoca di archeologia primitiva come quella della lady, l’episodio si distingue per capacità distruttiva. Mentre la lady andava scavando in Palestina, i vari maggiorenti locali e parecchi avventurieri, ma anche i paesani del posto, tutti ritenevano che dalle vecchie pietre si dovesse ricavare un qualche vantaggio, dal rifarsi la casa al vendere una statua a coloro che andavano sviluppando la mania delle antichità. Uno dei pettegolezzi che commenta la distruzione della disgraziata statua dice che Hester lo fece per proteggere la sua reputazione dall’essere accusata – pare lo dicesse lei stessa – di fare gli scavi per prendersi la statua o peggio darla ai suoi non amati compatrioti invece che per donare un tesoro alla Sublime Porta. Un altro dice che spaccasse la statua per trovarvi il tesoro all’interno. A noi le due spiegazioni sembrano entrambe far acqua, non solo la seconda, d’epoca e adatta a menti veramente fantastiche, ma anche la prima che oggi, vista la smania delle “restituzioni” di antichità, trova qualche sostenitore di tipo perverso, del tipo meglio distruggere un bene archeologico che appropriarsene (mentre io sono sempre del parere della madre interpellata da re Salomone).

Lady Hester muore in massima povertà e ancora incessantemente parlando nel 1839, e viene sepolta nel giardino: gli ultimi e soli suoi averi è quanto ha indosso; il resto verrà preso, fino all'ultimo sgabello zoppo o vassoio ammaccato, immediatamente dopo la sua morte dai pochi servitori rimasti, per altro non più pagati da un pezzo. La casa è stata distrutta dall'abbandono e dai terremoti.

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La vita poco convenzionale della lady ha fatto sì che non abbia l'immancabile ritratto che ogni aristocratico regency ha. Girano di lei alcune immagini, tutte presunte o fatte sulla scia del suo mito, senza modella davanti agli occhi. Tra queste ultime la più seducente senza ombra di dubbio è quella di Hester - bisquit, una statuina di porcellana in turbante, a cavallo di un cammello e scortata da un "arabo" che sarebbe poi il suo famoso medico personale. La statuina testimonia la popolarità della leggenda di Hester in epoca vittoriana, e la sua fioritura sotto forma di porcellana dello Staffordshire.

Quanto ho scritto ha il solo fondamento di letture web; se volete sentir parlare di lei:
saudiaramcoworld.com
kirstenellis.net da qui viene anche l'immagine della statuina.
restoring reputation

orsi in viaggio 14